giovedì 20 gennaio 2011

Una volta passato il segno, non si torna più indietro

di Ilaria Fossati (da "X-RUN” di Gennaio/Febbraio 2011)

Quando hai superato almeno una volta la distanza della maratona, passato il traguardo di una 100 km non sei solo un ultramaratoneta: sei oltre- la-maratona.

È un mondo che affascina (il crescente interesse popolare ne è la prova inconfutabile) e che infastidisce chi non lo comprende, chi pensa di non farcela, chi non affronterebbe mai una simile fatica fisica e mentale.

È difficile spiegare da dentro cosa si provi o perché lo si faccia: è imbarazzante anche per me, che davanti ad una pagina bianca a volte riesco ad essere piuttosto convincente.

Qualche giorno fa al pranzo di Natale della mia società ho avuto l’onore di sedermi accanto a Gianni Poli e scambiare due chiacchiere con lui. Ero affascinata da tanta semplicità, capacità di ascolto e di scambio di esperienze.

Come non sognare sentendo il racconto di un allungo disperato in Central Park per vincere la maratona di New York? Ma alla sua domanda sinceramente interessata «ma cosa vi spinge a fare 100 km?» io non ho saputo rispondere.

E da una settimana mi porto dentro questa domanda e la rabbia di non aver saputo descrivergli il mio mondo. Scena muta, come nei peggiori incubi scolastici.

E se adesso mi arrabbio quando dicono che “basta andare piano” o “sono capaci tutti di fare tanti chilometri camminando” è solo perché quando cominci entri davvero a far parte di una famiglia: che non ha divisa, ma ha un senso di appartenenza e lealtà fortissimi comunque; che non ha cronometro, ma rispetto per il valore di tutti senza distinzione di tempo, posizione, prestazione.

Ho visto Ulrich Gross al Tour des Geants tornare indietro ed accompagnare l’ultimo corridore, Giorgio Calcaterra al Passatore andare a prendere gli amici nelle retrovie. Ho visto Ivan Cudin alla Nove Colli Ru, nning fare assistenza per 30 ore ininterrotte ai penultimi della carovana e farsi dare ordinied a volte insulti. Oltre la maratona c’è anche questo, ed è insostituibile.

Non ho mai respirato questo clima in altre discipline, questo rispetto sacro per la fatica dell’altro. Ed i Mondiali di Gibilterra sono andati così; anche se è stato durissimo partire lo stesso con la mia squadra, sapendo di non poter correre, sapendo di potermi solo mettere al loro servizio, lo rifarei subito. È stata una grande esperienza, perché grazie al sostegno di molti amici - da casa e presenti lì sulla nave che ci ospitava - sono riuscita ad andare oltre alla delusione, al dolore fisico.

Ma c’e r o… e vi potrei raccontare a lungo tutto ciò che ho visto quel giorno, il 7 novembre 2010, su quel tracciato quasi improvvisato, disagevole e desolato su cui i miei compagni e tanti altri atleti hanno lottato. Un campo di battaglia, da cui ogni tanto a forza di braccia qualcuno veniva portato via o aiutato a rialzarsi.

Ma non sarò certo io a dare i numeri, a parlarvi di tempi, posizioni, statistiche, ritiri perché ho in mente solo loro, che giro dopo giro passavano, allungando la mano per prendere i ristori personali. Sempre più affaticati, i volti sempre più tesi.
Poi qualcuno che aspettavi tardava, un minuto, due, tre. E tu che sai capisci che è crisi, che qualcuno in qualche dannato punto di quel circuito si è fermato, ha spento il motore di un sogno.

Tecnicamente verranno chiamati “r itirati”, sembrerebbero tutti uguali, ma è stato prezioso osservare le reazioni di tutti, dove discrete e dove disperate; come delle istantanee, l’abbraccio perso di Francesco alla moglie, di Marco alla sua bimba, le lacrime di Monica che ci hanno scosso profondamente.

E gli altri che vanno avanti e lottano, capitan Andrea che trascina Silvio e Mario. poi le donne. Monica e Sonia nelle prime posizioni, Noemy poco dopo e le altre che seguono e non mollano, mai. Un massaggio, un po’ di the caldo, un bicchiere di coca, un gel… acqua e glucosio e coraggio… per ottenere l’a r ge n t o mondiale a squadre, dietro le inglesi.

Quelle 9 ore di gara mi sono sembrate infinite, così come l’orgoglio che ho provato a trovarmi, arrivata l’ultima ragazza, nell’abbraccio comune delle Azzurre. A pensarci ancora mi vengono i brividi; eravamo tutte lì (mancava solo Monica Carlin, impegnata nei controlli antidoping che sono obbligatori per le prime posizioni). Avvolte nei teli termici, devastate, troppo stanche per manifestare quella soddisfazione profonda per aver concluso un Mondiale, una fatica di 100 km.

Tutte abbracciate, un po’ come i calciatori quando segnano un goal. Una addosso all’altra, incredule, vicine alla delusione di un’amica, una compagna. Il dolore di Monica Casiraghi costretta al ritiro veniva prima della soddisfaz ione personale, in quel momento.
Quasi tutte eravamo con le lacrime agli occhi, abbracciate a lei. Non avevo mai visto né vissuto nulla di simile, dovevo essere lì nel parterre di Gibilterra per sperimentare un’emozione del genere. Impossibile da raccontare o descrivere, ma che molti dei presenti ricorderanno a lungo.


Ricordo un compagno per tutti. Mario Fattore: un campione del mondo, un atleta che ha corso ai massimi livelli, che si trova a lottare per finire la gara, con un tempo parecchio lontano dai suoi migliori, ma che illumina quel circuito discusso e contestato con un sorriso ed una carica umana che meritano ben più di un applauso. Leale fino in fondo. Lui ha incarnato ciò che per me è il vero spirito dell’ultramaratona: non è una gara, non è una distanza. È uno stile di vita.

Se Gianni mi rifacesse ora la stessa domanda “ma cosa vi spinge a fare 100 k m? ” gli direi che in soli 42 km non fai in tempo a vivere tutte queste emozioni, a notare tante cose, a parlare, sorridere, comunicare. Certo, se vincessi anche io la maratona di New York forse cambierei idea ma qualcosa mi dice che rimarrò della mia opinione!

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